Spazi e Volumi
Foyer del Centro Allende
25 novembre – 9 dicembre 2003

...gli spazi sono quelli portuali, nella loro vastita' inattesa, i volumi quelli delle gru virtuali e vuoti; mancano persone, rumori e moviment, in un porto che non esiste.
Mara Borzone - Juliet Art Magazine, Marzo 2004


Il lavoro di Marie-Laure van Hissenhoven si colloca all'improbabile incrocio tra il lirismo di Piero Guccione e la vivace acquisizione degli oggetti propria a Robert Rauschenberg, in quanto gli oggetti sono affermati nella loro oggettiva esistenza quotidiana e all stesso tempo radiografati, colti nella loro intima natura di volune geometrico, di linea pura. Tale messa a nudo e' evidente nei lavori piu' piccoli qui esposti, nei quali due gru colorate si specchiano nei rispettivi disegni. La scelta di questi magazzini, silos, gru sottrae tuttavia l'artista all'orgoglio dell'astrazione nel riconoscimento della comune sottomissione alle leggi della vita, con i suoi bisogni, i suoi ritmi, le sue frustrazioni. Ma sempre questi ambienti ed oggetti del lavoro portuale sono sottratti dal loro significato sociale e agli umori umani che solitamente li circondano per trasfigurare in immagini stilizzate, linee e ombre colorate collocate con esattezza in uno spazio vuoto che esalta gli oggetti e li consegna alla loro forma. Come in Cesanne e in Morandi, l'emozione e' rivolta alla pittura stessa, forma sublime di utopia.


Enrico Formica, novembre 2003

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Dipinti
Loggiato di Gemmi - Sarzana SP
26 Luglio - 30 Agosto 2003

La biografia di Marie-Laure van Hissenhoven, belga, diciamo pure ormai europea a pieno diritto (per militanza e cultura), e' gia' ricca di riferimenti spaziali e intellettivi che non possono non essere qui menzionati: Bruxelles (vi compie la maturita') Genova, Londra (Saint Martin's school), Milano (lavora per “Esprit” ditta di abbigliamento e segue corsi di disegno tessile presso l'istituto Marangoni), Carrara (Accademia di Belle Arti). Non mancano neppure alcuni nomi d'artisti di riferimento: il pittore genovese Rocco Borella (astrattista, sodale di Itten e Max Bill, notissimo per i suoi “cronemi” oltre che per i suoi rapporti con artisti che come lui a suo tempo vennero invitati alla Biennale “bardiana” di San Paolo in Brasile, alla Biennale veneziana, al Centre International d'etudes d'art constructif fra Berlino e Parigi), i pittori-docenti Umberto Buscione, Omar Galliani e il Prof. Valerio Rivosecchi (con quest'ultimo discute la tesi sull'artista belga Panamarenko all'Accademia Apuana). Che opera intensamente nel campo delle arti visive non e' da molto tempo, ma la sua volutta' di “viaggiatrice”, disincantata ed entusiasta ad un tempo, e' gia' cospicua e culturalmente sostenuta.

Non parteggia per i sostenitori della “tabula rasa” in arte (e fa bene a comportarsi cosi') ma si rende anche conto che la realta' contemporanea non e' la metropoli affolata, rumorosa ed inquinata, ma e' composta di spazi che “soltanto” contengono (silos, per esempio) o che soltanto ospitano fuggevolmente mezzi di trasporto (piccole stazioni) o ch raccolgono provvisoriamente oggetti e prodotti (magazzini). E' una realta', quella che Marie-Laure dipinge, ove l'uomo e' assente o virtuale pur se padrone dei manufatti ed ove regnano disincanto, isolamento, lontananze.

L'assenza della figura non significa pero' disinteresse dell'artista nei confronti della “dimensione umana”: anzi e' come se volesse salvaguardarla dai ritmi e dai rumori che eccedono, che si impongono alla piu' paccata normalita' quotidiana.

Cosi' muri e spazi allogiano, ospitano, colori e luci (porto di Anversa, ad esempio, ma sopratutto i magazzini dei rifornimenti navali del porto di Genova) oltre che armoniche geometrie. Particolarmente significativa, per l'originale prospettiva “en avant” e per il fulcro luminoso centrale, l'opera “Porto di Genova, il confine”, olio su tela del 2001: e' una composizione astratto – concreta nel senso piu' determinato e “storico” del termine; la concretezza e' nelle colonne che lasciano penetrare la luce; l'astrazione e' il nucleo di fondo oltre il quale possiamo soltanto immaginare, supporre.

Cromaticamente importanti e costruttivamente accurati i dittici A/2 e B/2 “Magazzini generali del Porto di Genova”, ove tutto e' in funzione di uno sguardo dal basso e di una collocazione coordinata e concertata di linee e colori. Ma non manca in Marie-Laure lo scatto lirico – romantico: l'albero dinanzi a “La stazione di Lunae” che attraverso i suoi rami spogli, invernali, ricama gli azzurri oltre le rotaie ed un pezzo di cielo da riposo spirituale.

Questa serie dedicata alla stazione lunense tende chiaramente all'evidenziarsi di una sorta d'umanizzazione spaziale: non manca sopratutto la sottolineatura bianca della targa ferroviaria “Lunae”, ritengo, per non dimenticare quel magnifico insediamento romano che ancora ci nsconde molti mosaici pavimentali, busti, e pitture “a fresco”.

Mi piace anche segnalare, vuoi per la loro impostazione compositiva, vuoi sopratutto per le scelte grafico – coloristiche, “Silos/A”, “Silos/C, “silos/ E e “Silos/F”: luminosita' pittoriche rasserenanti, portatrici di quiete e di letizia mentale.

Infine azzardo un'interpretazione a proposito delle opere “Stazione sul mare”: sono sette olii su tela o su tavola, che indicono a posare il nostro sguardo e la nostra vis inventiva in un paese meraviglioso quanto ipotetico, “Gaia”. Grazie Marie-Laure, e buon viaggio nelle praterie mentali – emozionali piu' riservate e sconosciute,produttrici di distesi appagamenti, oltre che nei porti piu' lindi e silenti.

Ferruccio Battolini, Giugno 2003

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La belgitudine abita in Italia

Marie Laure van Hissenhoven, come chi scrive, è belga per parte di padre e italiana per parte di madre. Ma, mentre il firmatorio di queste righe si sente belga in Italia ed italiano in Belgio,
Marie Laure, invece, dice di sentirsi belga in Belgio ed italiana in Italia, dimostrando di essere molto più pratica di quanto non appaia e capace di scendere a patti con la realtà.
I belgi, come voi sapete, sono meno levantini, nel discorso. Un discorso a volte lento ma spesso surrealista.
Les italiens,invece, sono velocissimi col pensiero, ma,come dice la psicanalista delle nazioni Cristina Saottini, la velocità di pensiero, da sola, non basta .Non sempre quando si parla di un artista ci si deve dilungare sulla sua nazionalità, ma nel caso di Marie Laure van Hissenhoven non si può prescindere dal bipatriottismo che è il fondamento della sua persona. Si tratta anche di un bipatriottismo delle piccole cose, come la difesa dell’olio e del vino italiani in Belgio e della cioccolata belga in Italia.
A proposito di cibo, l’elogio della lentezza, viene anche dal Piemonte dove Carlin Petrini, con il suo Slow Food ha lanciato un messaggio extra alimentare in tutto il globo.Perchè continuiamo a parlare di lentezza collegandola a Marie Laure van Hissenhoven? Perchè Marie Laure, quando le parlate, sembra non ascoltare e quando vi parla sembra non parlare. Ella vi telefonerà una settimana dopo per rispondere a una vostra domanda, però potete essere sicuri che la risposta sarà intelligente, imprevedibile e ponderata. Abbiamo spesso a che fare con persone seducenti, ma superficiali.
Noi diffidiamo dell’eccesso di velocità perchè spesso è una forma estremamente stancante, per chi la pratica e per chi la subisce, di occultamento della depressione. Marie Laure è esattamente il contario,procede senza fermarsi mai con un solo metodo: capire le cose non preoccupandosi di occultare i suoi stati d’animo.La sua strategia di vita, in fondo, è una sconcertante sincerità. Bruxelles,Cambridge, Genova,Milano e Sarzana, sono le città del suo curriculum vitae.Parte con il Liceo Scientifico belga per virare all’Accademia delle Belli Arte di Carrara dopo aver seguito i corsi di Fashion Design presso la Saint Martin School di Londra e quelli di Textile Design all’Istituto Marangoni di Milano.
Dopo il diploma all’Accademia non è soddisfatta e frequenta il liceo artistico perchè sente di aver saltato alcuni procedimenti cognitivi. Dopo due anni di studi serali Marie Laure si ritrova con una invidiabile sicurezza e padronanza della tecnica pittorica. “A rebours” , a ritroso.Questo percorso è molto affascinante perchè ogni santo giorno la pittrice impara qualcosa di nuovo, con la modestia di chi crede di non sapere nulla, ma con l’acume di chi ha già imparato molto.D’altra parte, per tradurre in immagini la sua visione personale e non ortodossa delle cose è richiesta una notevole maestria. Cinque anni orsono, quando pensavamo a una mostra nella nostra galleria la incoraggiai a visitare il porto di Anversa,luogo per me molto caro e familiare che avrei voluto vedere rappresentato.La pittrice ebbe la fortuna di essere condotta per mano da suo padre nei luoghi più reconditi,segreti e inaccessibili di questo mitico porto.
Sarebbe stato il loro ultimo viaggio insieme.Nacquero delle nature morte di ferro colorato che rappresentavano l’anima di metallo degli edifici sul fiume Schelda, strutture tecnologiche dal sapore antico e dal colore acceso. Non per caso l’occhio di Marie Laure sa cogliere ogni dettaglio con precisione.Questo lavoro maniacale sta alla base di tutta la sua opera.
In uno dei suoi acquarelli vediamo delle gru che lavorano nel porto circondate dai colori blu e viola degli imbalaggi. Sembrano due amici che si fanno compagnia.In un altro scorgiamo la nave cargo che lascia il porto destinata in Nuova Zelanda.Più lontano di così non è possibile.
Molti altri dipinti denotano l’amore per l’architettura classica e quella contemporanea.Scorgiamo edifici giotteschi vicino a costruzioni non del tutto dissimili dai quadri di Edward Hopper. Queste pitture denotano una conoscenza sicura di tutta la storia dell’arte.
Dopo avere descritto barattoli e modesti pezzi di legno buttati lì per caso, ecco finalmente partire un immenso bastimento stracarico di merce variopinta.Tutto è raffigurato, gli anonimi e immensi padiglioni dove giungono le merci, le parti di macchinario abbandonate in un capanone, i tetti dove le strutture metalliche si intersecano quasi fossero alberi nel bosco. Grande è la capacità di descrivere una sala macchine come se fosse il luogo più ameno del mondo,di dipingere dei tubi con la leggiadria richiesta per fare il ritratto a una dama del’800.
Nelle strade si può spesso riscontrare la presenza della pioggia, l’asfalto bagnato che riporta a James Ensore, al cielo basso delle Fiandre, alla movimentata calma delle belgitudine.
Il paese piatto riserva sorprese.

Jean Blanchaert, 2007

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TOKYO?

Oggi si fa un grand parlare di RMN, la famosissima e inflazionata risonanza magnetica. Chi non è mai entrato in quel claustrofobico tunnel di raggi X, scagli la prima pietra. Non è però questo l’esame che vi aiuterà a comprendere Marie Laure van Hissenhoven. Per lei, ci vorrà la fotografia aerea, quella che ci consente di vedere gli strati, sovrapposti di una civilizzazione. Noteremo così che le più antiche fondamenta della persona Marie Laure sono fiamminghe, di espressione francese impastate della dolcezza infinita del piatto paese della pittura: il Belgio. Questo silente patriottismo, Marie Laure non sa di averlo, ma è invece consapevole del suo humor delle Fiandre abituato da sempre ad ascoltare barzellette sulla propria nazione senza battere ciglio. Jacques Brel, già malato, si fece costruire una barca a vela da un maestro d’ascia la cui famiglia somigliava molto a quelle da lui descritte nella bella e feroce canzone “Les Flamands”. Il fiammingo-architetto di barche lavorò in fretta e bene e non gli parlò mai della sua canzone e delle sue canzoni. A colpi d’ascia e silenzio divenne il suo ultimo grande amico. L’altro strato che emerge dalla fotografia aerea della personalità dell’artista, è ligure, guerriero, ugualmente ma diversamente umoristico. Ricordiamoci inoltre che da quelle parti si faceva pittura già 35 000 anni fà. Ai Balzi Rossi, per esempio.
Città del Messico è il contrario di Tokyo, a perdita d’occhio si vedono piccole case basse una attaccata all’altra. Non hanno fine, non c’è un orizzonte dopo questi barrios pobres . Anche i grattacieli della capitale nipponica sono infiniti. Non poveri però. Marie Laure li rittrae prendendoli garbatamente un pò in giro. La sua città sembra costruita dalla fantasia di ragazzi che l’abbiano messa insieme con blocchetti di legno da loro dipinti. Se Amélie Nothomb ci ha fatto ridere con le sue descrizioni torrenziali del Giappone delle persone, Marie Laure ci fa sorridere con le descrizioni “ in levare” del Giappone delle case e delle cose. Ci piace pensare che soltanto due giovani e affascinanti donne belghe avrebbero potuto descriverci così lievemente, così profondamente il paese del Sol Levante.
“La Belgique n’est pas morte, vive la Belgique!”

Jean Blanchaert, 2009

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Hanno parlato di lei Giuseppe Coluccia ed Elisabetta Rota